ricordi di Ezio Maifrè

Ricevo e volentieri pubblico una riflessione di Ezio Maifrè di Tirano.

 

Gentile Luca, forse nel Tuo bel lavoro sulle nostre acque di Valtellina andrebbero inseriti alcuni ricordi  dell’ evento  “ ricorrente e  centenario “ della grande alluvione,  quale monito perpetuo per noi e per le nuove generazioni. Non illudiamoci: ad intervalli di tempo più o meno regolari la Valtellina sarà colpita, purtroppo, da eventi alluvionali. La storia lo insegna e lo ricorda. Dobbiamo dunque essere preparati e “curare” il nostro territorio come una perla preziosa.  

Un vecchio detto valtellinese dice: L’ àqua l’è ‘na bùna sérva quàndu s’gà rüa a dumàla ( l’acqua è una buona serva quando la si può domare ) . E’ detto tutto !!

Ti invio alcuni miei ricordi di quella tragica alluvione dell’87 in Valtellina che ho vissuto giorno per giorno con paura, angoscia e fede.

                                                          Il Male antico

Sono ormai passati venticinque anni da quel luglio del 1987 che sconvolse l’intera nostra valle  e, nel giro di quindici giorni, ne cambiò completamente il volto: quello naturale, in alcuni tratti; quello umano e di memoria in tutto il suo territorio.

Un tuffo al cuore che mi ha riportato alla mente, vividi e presenti come allora, quei giorni in cui avevo dovuto assaporare, in tutti i suoi terribili aspetti, la drammaticità del cambiamento naturale, dell’uomo piegato alla potenza della natura, dell’abbandono, della paura, dell’irrimediabile cambiamento.

Nelle nostre vallate le calamità naturali, come le frane e le alluvioni,  sono un “ male antico” che dilagano  sempre più implacabili e violenti: ad essere malato non è solo il nostro territorio, ma è la terra intera. E ancor peggio, a mio parere, è il male interiore e personale di chi ha sottovalutato, e continua a non rispettare la terra, così come il bosco, la montagna, il fiume, il mare, il cielo  e gli esseri viventi. Quei giorni di venticinque anni fa hanno lasciato un profondo segno in tanti di noi.  Quel segno mi è rimasto impresso nell’anima come un  “ canto “ di paura, di angoscia e di fede.

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